Grande successo per il documentario “Da immigrati a cittadini d’Europa” di Claudio Rocco alla prima proiezione a Lione

Esiste come un filo sottile che lega Italia e Francia: è un cordone intimo tra due corpi in continuo scambio, uniti da una storia di migrazioni, di viaggi, cammini. Di andate senza ritorno. Non su sedili di aerei o vagoni caldi (non allora), ma un sentiero stretto: di pendii, aspre pendenze, ginocchia sbucciate e piedi stanchi.

Saghe di addii. Di assenze. Nuovi inizi.
Settimane di falcate, di un incedere incerto ancorché fiero, solenne: il portamento di chi lascia dietro tutto, affetti cari, aromi d’infanzia, suoni, sapori, per il miraggio di un futuro diverso. Lontano. Dall’altra parte.
Chilometri di sassi e ghiaia. Scarpinate e dogane, mille salite e zero discese, frontiere senza limiti umani.
È un intreccio annodato nel tempo, che non conosce punti di chiusura o ricami.

Molto – forse troppo – più facile adesso… C’è chi fa i conti da anni con ferite aperte, penetranti. Lesioni profonde, frammenti che non ricomponi. Solo la vicinanza di un conterraneo, alle volte, ha saputo alleviarle: “Ne abbiamo passate tante, ma ritrovarci insieme, lì a condividere la stessa nostalgia, a sederci attorno ad un tavolo, ricercando magari le ricette di casa: era questo che ci aiutava” ricorda emozionata Giuseppina. 

Lei è Giuseppina Milazzo, fondatrice del Circolo Femminile Italiano di Firminy (appuntate il suo nome, la ritroveremo più avanti).

La ascolti e capisci: i racconti di chi l’ha vissuto prima di noi, ma per davvero; di chi è riuscito ad inserirsi, a rifondarsi, sono specchi tersi nei quali ti rivedi, fanno riflettere. “Non è cambiato poi tanto – ti domandi – eppure sembra cambiato tutto… Io come avrei reagito, al posto loro?”. 

Uomini e donne dalla tempra infrequente: un’altra fibra, una trama più spessa. Un’altra fatta. Hanno lasciato orme, impresso impronte, scavato solchi emotivi e ci hanno piantato semi.

A portarli alla luce è stato Claudio Rocco, per anni giornalista di Euronews, un trascorso all’Unione Europea, oggi direttore di Radio Fuori Campo, col film “Da immigrati a cittadini d’Europa: un’opera “ponte”, che prova a connettere il prima e il dopo mediante una telecamera.

Con il garbo di chi sa narrare i segreti altrui con sensibilità e discrezione, concedendo spazio stando un passo indietro, Claudio Rocco ha tracciato i contorni generazionali della migrazione nei decenni.

L’ha fatto avvalendosi di contributi preziosi: di italiani che, con sudore e coraggio, hanno attraversato Alpi e fiumi, mari, percorsi scoscesi; di chi l’emigrazione l’ha scelta quando non c’era scelta; di chi non era un migrante privilegiato. Portandoli fino a noi, i “giovani”, i “nuovi Com.It.Es.”, che siamo una leva tanto imberbe quanto agiata, per darci un insegnamento, una testimonianza.

Sono le avventure di italiani sbarcati in Francia nel periodo delle guerre, della fame, delle lotte sociali, delle disparità reali, le asperità concrete.

“Io, almeno, ho viaggiato per amore: sono stata fortunata…” se ne rallegra Giuseppina, arrivata a Lione negli anni Cinquanta.
All’epoca – pensate – le donne erano considerate poco più di una governante. “Dovevamo restare a casa; al massimo, conoscevamo il mercato…”. Ed è così che le si è accesa una scintilla, è scoppiettata una fiammella che l’ha spinta ad ampliare gli orizzonti, abbattere i confini, modellare una mentalità meno austera.
Lì dove altri vedevano barriere, linguistiche e di mappe, ha scorto un’opportunità: “Avevamo bisogno di uno spazio nostro, di un nostro tempo. Abbiamo creato il circolo per ricordare l’Italia, le nostre radici, ma anche per imparare ciò che dell’Italia non sapevamo appieno, come la geografia, e per trasmetterlo. Diffondendo persino il francese tra chi viveva in quattro mura e non poteva studiarlo… Perfezionandoci a vicenda. Perché tutte donne? E se aspettavamo gli uomini…” scherza (ma in fondo è vero, ndc).

Il viaggio personale della signora Milazzo è costellato di esperienze non dette. Lo senti nel tono pacato della sua voce, dolce e potente allo stesso momento, propria di chi custodisce infinite saggezze. “Avevamo un giorno a settimana per noi, ma ci bastava: lo usavamo per non dimenticare e per costruire un futuro in Francia, cucinare i piatti delle nostre madri, parlare i dialetti dei nostri padri, organizzare eventi, migliorarci insieme…”.

(Per darvi un’idea di quanto siano riuscite a fare negli anni al circolo di Firminy, ecco qui un articolo pubblicato da Le Progrès nel 2016: https://bit.ly/3LMgreG)

Le donne, d’altronde, hanno sempre avuto una marcia in più. Non è un caso che il Com.It.Es. di Lione veda una marcata rappresentanza femminile: “Ne sono felice – commenta sorridente la signora Giuseppina – perché abbiamo ancora tanto da dare”.

Prima di congedarsi, un suo ringraziamento particolare va a Claudio Rocco, che ricambia con affetto: “Lei mi commuove, Signora… Sono profondamente emozionato dalla sua presenza qui, dal fatto che sia intervenuta. Per me, vuol dire tanto”.

All’evento del 3 aprile, tenutosi a Lione 06, alla Salle Simone André, erano presenti anche altri degli italiani interpellati dal direttore di Radio Fuori Campo nel suo documentario.
Tra i più simpatici, Antonietta e Anna Gabrielli: sorelle e amiche, compagne di vita; schiette, autentiche; visceralmente fuse, come due boccioli dello stesso stelo.

Entrambe operaie, oggi ultraottantenni, hanno ben vivide nella mente le immagini di quel lungo viaggio: “Eravamo piccolissime, non parlavamo la lingua, avevamo fame e sete… Perdemmo 9 chili… Camminammo per giorni e giorni, non potevamo fermarci. Sapevamo di dover andare avanti… Era tutto in salita: una salita ripidissima…”.
Sentieri scoscesi e strade sterrate, fino al punto in cui Italia e Francia si incontrano: “Superammo la frontiera con l’aiuto di una guida. Una volta sul posto, fece un segnale alla dogana: a nostro padre tolsero ogni cosa, ci lasciarono solo i soldi – in franchi – necessari a pagare il passaggio…”.
Un canovaccio assai frequente, purtroppo. Non solo tra gli italiani: “Sembra di leggere un libro di Isabel Allende sulle storie dei migranti spagnoli in Francia…” osserva dal pubblico la Dott.ssa Rosaria Esposito.

Sicuramente più agevole il trasferimento del Dott. Alberto D’Onofrio, ma non meno ricco di spunti di riflessione: “Sono un biomatematico – annuncia la sua voce dalle casse – e studio i meccanismi di propagazione dei virus. In Francia, ha trovato prospettive di lavoro migliori rispetto al mondo accademico italiano, accompagnate però da difficoltà d’altro genere: di tipo burocratico, ma soprattutto sul piano dei rapporti sociali, perché avverto fortemente l’assenza dei numerosi amici lasciati in Italia. A Lione – per intenderci – sono incappato in centinaia di persone, ma mi rendo conto di non avere amici lionesi… Essere un expat, oggi, anche se per scelta, non è esattamente rose e fiori”. 

Altra avventura quella di Gabriele Leoncini, il più giovane degli intervistati da Claudio Rocco: “Sono un ingegnere ed ho deciso di fare un’esperienza di lavoro e di studio qui a Lione – ammette – non perché a Roma, dove sono nato, mancassero le opportunità, ma per confrontarmi con persone nuove, per misurarmi con una realtà culturale diversa, con un paese vicino all’Italia ma al tempo stesso lontano. […]  All’inizio, ho avuto i miei problemi ad ambientarmi. C’è anche chi soffre di attacchi di panico… Non è facile vivere all’estero, ma ce la possiamo fare. […] Io sono emigrato per crescere, non per scappare dall’Italia. Desidero apprendere il più possibile per tornare, un giorno, con un bagaglio più esteso: sotto l’aspetto umano e professionale”.

E poi c’è chi, come il sign. Enrico Rea, è emigrato negli anni Cinquanta dalla Ciociaria. Oggi in pensione, ha alle spalle una vita da operaio in fabbrica: “Lavoravo a Villeurbanne, in stabilimenti che sorgevano negli edifici ora annessi all’INSA”.
In Auvergne Rhône Alpes, è arrivato con la famiglia, “tramite le istituzioni”, dopo aver superato test medici a Milano: “Perché in Francia – ci rivela – volevano solo manodopera qualificata e in piena forma. E chi non passava gli esami, parecchie volte, era costretto a fare proprio come le signore Gabrielli…”

Sin da giovanissimo, aveva dato prova di intraprendenza e voglia di giustizia sociale: “Gli alloggi che ci avevano assegnato erano più che discutibili: in Italia, ai porci si dà di meglio… Avevamo bagni comuni ed io, seppur ragazzo, non mi persi d’animo. Mi feci sentire. E lo feci in francese. Morale della favola? Poco dopo, compresero che si potevano costruire dei bagni privati, da non condividere con gli altri inquilini del piano… Fu la mia prima vittoria”.

Da allora, non ha impiegato troppo a farsi apprezzare da una moltitudine di lionesi, divenuti un domani amici e colleghi, e ad avviare la sua militanza sindacale: “Parlavo già la lingua. Dopo sei mesi di anzianità in fabbrica, fui subito eletto. Mi impegnai assiduamente per le lotte operaie”, diventando un riferimento sul territorio. “In quel periodo, specie a fine anni Sessanta, facemmo tanto – ricorda orgoglioso – ottenendo pari diritti per i lavoratori: per i francesi, sì, ma anche per noi stranieri”.

Storie di conquiste. Storie di famiglie. Come quelle che ha particolarmente a cuore l’associazione “AITA – Amici Italiani”, di cui fa parte Gloria Bandello (consigliera Com.It.Es.): “Il nostro è un progetto vasto – spiega – pensato per i bambini, per il loro avvenire. Coinvolgiamo direttamente i genitori e mettiamo a disposizione dei più piccoli un luogo in cui poter giocare ed interagire con i coetanei, altri bimbi con i quali si sentano stimolati a parlare italiano. Organizziamo degli atelier per farli divertire, conoscere, crescere insieme”. 

“Siamo molto attenti a questi aspetti” aggiunge Valentina Margiotta, presidente del Com.It.Es. di Lione, intervenuta per introdurre la sua squadra alle associazioni e ribadire il lavoro che verrà svolto dalla nuova Commissione Cultura (nella quale ritroviamo la stessa Bandello): “E’ un obiettivo di tutti noi, c’è grande sinergia. Puntiamo a fare da collegamento tra le varie generazioni. Stiamo concentrando i nostri sforzi in questa direzione: sull’importanza di tramandare la cultura, le tradizioni e la lingua dei nostri padri ai nostri figli. E’ fondamentale anche nella comunicazione tra nonni e nipoti…”.

Il tutto – rincalza Gloria Bandello – va di pari passo con una visione ancora più ampia: “L’idea del Com.It.Es. – illustra la consigliera – è quella di aiutare gli italiani sul piano linguistico a trecentosessanta gradi: siamo rivolti a chiunque arrivi in regione e si ritrovi spaesato, magari perché conosce poco o per nulla il francese. Aiuteremo pure gli adulti, insomma, e lo faremo nel concreto. Come? Con corsi di francese convenzionati, per far sì che gli italiani si integrino meglio e prima. La signora Milazzo l’ha capito tanto tempo fa: perfezionare il francese, qui, è fondamentale. Non tutti, però, hanno le possibilità, economiche e non solo, per pagarsi dei corsi certificanti”.

Per la commissione Comunicazione del Com.It.Es. di Lione, presenti inoltre Elisa Gabbrielli e Gianluca Vitale: “Siamo qui – sottolineano – in quanto italiani al servizio degli italiani. Siamo un tramite tra voi e le istituzioni: prestiamo accoglienza, ma ci preoccupiamo anche di essere la vostra voce. Sul nuovo sito del Com.It.Es., in costante aggiornamento, potrete trovare una ‘vetrina’, un’interfaccia col mondo della burocrazia ed indicazioni utili per la vita di tutti i giorni. […] Siamo felicissimi di incontrare le associazioni in una serata così bella e cogliamo l’occasione per rivolgere un applauso caloroso a Claudio Rocco, il direttore di Radio Fuori Campo, la radio del nostro Com.It.Es., per questo documentario: è una raccolta di testimonianze di grande ispirazione e di cui fare tesoro. Ringraziamo ognuno di voi per avervi assistito e/o partecipato: il vostro contributo, per noi, ha un valore inestimabile”.

“Niente di tutto ciò sarebbe stato possibile senza il montaggio di Cristina Alvarez – fa notare Claudio Rocco – perché, dopo essermi armato di telecamera e pazienza, è stata lei a mettere insieme i pezzi in maniera fluida, a rendere il risultato di quegli sforzi un prodotto così godibile”.

La proiezione, lo ricordiamo, è stata organizzata con il contributo della Società Dante Alighieri di Lione, nella persona del presidente Giampaolo Pinna, che “si impegna per la collettività e per la diffusione della cultura italiana in Francia. Sono tanti gli eventi pensati per gli italiani e ai quali avremmo il piacere di invitarvi (qui a brochure del programma 2022: https://bit.ly/3LMpFYm)”.

La promozione, invece, è stata curata da Annalisa Blasutti, segretaria del Com.It.Es. di Lione e di Radio Fuori Campo.

Per ultima – e non certo per importanza – una menzione speciale va alla pittrice Irène Desvignes, compagna di Claudio Rocco, costantemente al suo fianco, anche nelle riprese, persino con un ‘cammeo’ (sono suoi i piedi che illustrano la durezza dei sentieri montuosi percorsi dai migranti nel 1900). Gli ha dato sostegno sempre: prima, durante e dopo, fornendo un apporto indispensabile alla realizzazione di questo mediometraggio.

Un documentario, “Da immigrati a cittadini d’Europa”, che tra non molto inizierà il suo tour itinerante, così da essere presentato ad altre associazioni della circoscrizione consolare. Per tutti i prossimi appuntamenti, vi terremo informati sul sito ufficiale del Com.It.Es. e sulle sue pagine social di riferimento.

Gianluca Vitale
Commissione Comunicazione

I consiglieri del Com.It.Es. di Lione con Ie signore Giuseppina, Anna e Antonietta